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Perché i bambini hanno bisogno di imparare a difendersi?



Tra i grandi scienziati del ‘900, Sigmund Freud é stato sicuramente colui che ha maggiormente esplorato la vita e lo sviluppo psichico del bambino e a restituirgli dignità e diritto di esistenza psicologica.

 

Fino a quel momento, non esistevano difatti studi specialistici adeguati e la considerazione sociale del bambino era decisamente ridotta, tanto da ritenerlo per lo più alla stregua di un “piccolo adulto”, invece che come il “cucciolo dell’uomo”, portatore di istanze, bisogni e rappresentazioni mentali sue proprie degne dell’interesse dei grandi.

 

Per il padre della psicoanalisi il bambino possiede già alla nascita un suo specifico psichismo, per quanto semplice (primitivo) e fragile (precario) che lo differenzia nettamente dagli adulti e dal loro più strutturato mondo mentale.

 

Questa circostanza per Freud, era da attribuire da una parte alla presenza di una dotazione cerebrale ancora in fieri, dall'altra alla sua totale mancanza di autonomia, ovvero dettata da una condizione di assoluta dipendenza dall’ambiente per quanto riguardava bisogni vitali primari (fame, sete, sonno, contatto e protezione), necessitanti di immediato e perenne esaudimento, essendo in gioco la sua stessa sopravvivenza.


La vera grande rivoluzione freudiana, oltre quella di attribuire al bambino una sua specifica attività mentale, fu quella di affermare l’assoluta identità tra le sensazioni fisiche e quelle psichiche relativamente alle sue esperienze di sopravvivenza, come se a fare male, in caso di fame non saziata, non fosse solo il suo “pancino”, ma anche qualcosa di più profondo e intimo che albergava dentro di lui.

 

Freud identificò nel concetto di psiche (locuzione fino a quel momento riservata a poeti e filosofi per indicare, con diverse accezioni, la presenza dell’anima o dell’interiorità dell’individuo), quel luogo interno al bambino in cui si manifestavano alcune profonde risonanze, talvolta delle vere e proprie “tempeste”, in relazione a ciò che accadeva nella sua vita corporea e fisiologica, a seguito dell’immersione nel mondo post-uterino.



Per Freud, l’urgenza dei bisogni del bambino, ovvero la loro “prepotenza” si esprimeva nella forma di pulsioni, termine con il quale egli intendeva la spinta energetica interna a cercare fuori di sé una fonte di nutrimento, di riparo e protezione e ottenere allo stesso tempo, la maggior quantità possibile di soddisfacimento.

 

Come accennato prima, la tensione alla gratificazione non era solo di natura fisica, bensì anche mentale. La grande scoperta annunciata da Freud fu dunque quella di postulare che il bambino non è proteso a cercare nutrimento unicamente allo scopo di saziare una fame fisica e guadagnarsi la sopravvivenza, poichè ogni gratificazione mancata provocava dispiacere, ovvero rabbia e angoscia, mentre ogni successo generava piacere. Una senzazione di piacere, gioia e armonia interna che rimbalzava dal corpo alla mente e viceversa. 

 

Come avviene questo meccanismo?

Benché lo metta in atto per necessità di sopravvivenza,  il bambino rende desiderabile un qualche “oggetto” fuori di sé, su cui investire pulsionalmente la sua libido, ovvero la sua naturale tensione a ricercare piacere. Un oggetto, che nella prima infanzia é rappresentato per Freud dal seno materno e più avanti lo sarà la sua propria area sfinterica (dopo il 1° anno di vita circa) e ancora più in là (attorno ai tre anni circa), con la crescita della sessualizzazione del suo corpo, lo saranno i suoi genitali e quelli dei suoi genitori.

 

È l’intenso e inarrestabile bisogno di nutrirsi che si trasforma in libido,  perché dal punto di vista organico il bambino non è diverso da un qualsiasi altro mammifero che si eccita alla vista della fonte del nutrimento e avverte una considerevole spinta a saziarsi (fame vorace) e contemporaneamente a provare piacere nel gratificarsi e “prendere possesso esclusivo” dell’oggetto-fonte di nutrimento.

 

È questo processo psichico che aiuta il bambino a sopravvivere adeguatamente nonostante l’inadeguata condizione esistenziale di cucciolo non auto-sufficiente: la risposta alla gratificazione é infatti sempre una quantità considerevole di felicità (nell’infante addirittura può diventare estasi post-suzione), mentre le risposte conseguenti a frustrazione

saranno sempre e soltanto avvertite come angoscia e dolore psichico intollerabili.


Per il padre della psicoanalisi, una volta sperimentato l’appagamento, la tendenza del bambino sarà quella di ricercare unicamente esperienze di piacere ed evitare ogni possibile condizione frustrante.

 

Atteggiamento mentale che lo porterà inevitabilmente a entrare in conflitto con una realtà che non é sempre in grado di assecondare i suoi desideri, cui non può oltretutto provvedere da sé.

 

Egli vive infatti in uno stato di completa dipendenza dall’ambiente, segnatamente dalla madre e inoltre é troppo vulnerabile per tollerare le frustrazioni, anche parziali o momentanee al piacere e alla gratificazione organica (differimento pulsionale).

 

Secondo la psicanalisi, se il bambino non è stabilmente gratificato, tende a sperimentare rabbia e angoscia, sentimenti non percepibili coscientemente perché devastanti sul suo equilibrio psichico,  i quali dovranno pertanto essere allontanati dalla mente, grazie alle prime rudimentali difese (scissione, diniego,etc.).

 

Una costante e assoluta gratificazione d’altra parte, sostanzia il narcisismo primario del bambino, che così facendo è indotto a ritenersi, sebbene mai coscientemente, il centro del

mondo e dell’interesse dei suoi genitori (controllo onnipotente).


Allora perchè i bambini si difendono?

Perchè gli appagamenti non sono mai completi e continuativi e questo potrebbe sconvolgere la psiche del neonato. Ogni attesa è vissuta come intollerabile e drammatica, devastante. Il pianto del neonato comunica che sta avvendendo questo e siccome il mondo è imperfetto, diversamente dal continuum intra-uterino, ecco che il bambino dovrà iniziare a difendersi dalle sue stesse spiacevoli sensazioni, che nel mondo della prima infanzia sono da considerarsi disintegrative, pertanto vanno neutralizzate, anzi fatte letteralmente sparire

 

Le difese, sviluppate età per età, costituiscono dunque lo sforzo del bambino di porre rimedio a tutti i dilemmi incontrati nel rapporto con l’ambiente, al fine di evitare ripetuti stati di sofferenza psichica e di conflitto con la realtà. Più l’Io del bambino é in grado di adattarsi, fase per fase, alle condizioni della realtà, più efficaci e adattive saranno le sue difese e di conseguenza più armoniosa la sua vita psichica.

 

Lo sviluppo e la maturazione infantile si evidenziano secondo Freud tramite il successo nel passare da una condizione di dominio totale dell’Es -il mondo dei suoi istinti e pulsioni nel quale risiede la magica credenza che ogni cosa potrà avverarsi per effetto del solo desiderio-, all’accettazione della realtà e del venire a patti del bambino con la medesima.

 

Nel suo percorso evolutivo il bambino deve infatti svolgere il fondamentale compito di temperare la forza dell’Es, mentre invece le sue inconsce e onnipotenti rappresentazioni del mondo vorrebbero indurlo a ritenere che tutto é in suo potere e che i genitori sono stati “creati” apposta per favorire le sue necessità. 

 

Ma non è così!

Il bambino compie un enorme sforzo psichico per adattare tali erronee credenze all’esistenza della realtà e delle sue evidenze (norme, divieti, ritardi, imperfezioni, errori) e per smussare il suo narcisismo, ovvero l’eccessivo investimento su di sé e sulla sua importanza per gli altri.Dovrà dunque, nel corso del tempo, sviluppare un Io solido e strutturato che agisca in accordo con la realtà e tenga al contempo conto dei suoi bisogni e di un modo di realizzarli che sia considerato piacevole, non rischioso, socialmente accettabile. 



In questo sforzo di integrazione il Super-Io interviene a coadiuvare gli sforzi dell’Io del bambino.

 

Questa formazione mentale, di natura prettamente morale, é vista da Freud alla stregua di un membro interno della famiglia del bambino,  elemento, in parte conscio in parte inconscio, dotato del potere di moralizzare il suo comportamento, sospingendolo verso abitudini sempre meno egocentriche, in favore di condotte più sociali e collaborative.

 

In qualche modo il Super-Io corrisponde all’interiorizzazione delle norme e dei divieti di genitori e cultura di appartenenza, in una rappresentazione psichica in cui prevalgono la preoccupazione per le conseguenze morali delle trasgressioni, ovvero la comparsa del senso di colpa.



Che cos'è l'ES?

E’ dalla nascita fino ai due anni circa che il bambino, dominato dalla forza dirompente del suo ES, plasma la realtà secondo i suoi desideri, agendo sotto l’effetto di processi di pensiero molto riduttivi (da Freud denominati “processi primari”), di natura fantasiosa e onnipotente: tutto si può dire e pensare, tutto si può avverare, è sufficiente che io lo desideri, il mondo é una mia creazione.

 

Nel periodo successivo, tra i 3 e i 6 anni circa, il pensiero “magico” del tempo primario viene abbandonato (benché sempre sopravviva), in favore di processi di pensiero più coerenti e maturi (processi secondari), in cui è il principio di realtà ad affermarsi: non mi conviene cercare di realizzare tutto, perché non è possibile e incorrerei in sanzioni psichiche e morali.

 

In questa età il bambino diviene in grado di differire momentaneamente le sue gratificazioni: coadiuvato da difese più mature e dal timore delle punizioni del suo Super-Io (senso di colpa), accetta suo malgrado di dover aspettare o rinunciare, ragiona maggiormente in accordo con la realtà e, benché dolorosamente, diviene conscio delle differenze tra il mondo concreto e il mondo delle sue fantasie.

 

E’ così che il bambino cresce, cedendo un po’ della sua capacità di sognare, in favore di una realtà, che pur non accordandosi sempre con i suoi desideri, in questo modo lo accetta e lo considererà capace di adattamento e funzionalità sociali e affettive valide.



Ritroveremo più avanti con Winnicott la sottolineatura di questo drammatico dilemma tra l’eccessiva propensione del bambino alla fantasia e le opposte richieste ambientali di sviluppare un rapido pragmatismo, risolto o per lo meno attenuato, secondo il grande psicoanalista inglese, con la costituzione dell’area intermedia dell’esperienza esistenziale, ovvero lo spazio transizionale, nella quale il gioco avrà un ruolo fondamentale come mediatore del rapporto tra il processo primario e quello secondario, tra la fantasia e la realtà, nella vita del bambino.

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