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Carl Rogers ci parla dell'Empatia


Traduzione di video di una conferenza di Carl Rogers sull'empatia

(Rogers, C. R. (1975). Empathic: An unappreciated way of being. The Counseling Psychologist, 5(2), 2-10.)

 

Molti anni fa mi sono reso conto di quanto potesse essere utile ascoltare una persona. E negli ultimi tempi ho lavorato ad un saggio in cui cerco di guardare con occhio nuovo la forza dell’ascolto, la forza di un’esistenza empatica. 

Ed è di questo che voglio parlarvi. 

Dovremmo riesaminare e rivalutare quel modo molto speciale di rapportarci con una persona che chiamiamo “empatia”. 

 

Per me, diamo troppa poca rilevanza e considerazione ad un elemento che è in realtà estremamente importante al fine di  comprendere le dinamiche della personalità e che ha un tale effetto sui cambiamenti dell’individuo e del suo comportamento. 

 

Credo che sia uno degli strumenti più delicati e più importanti che abbiamo. 

 

Resto sempre sorpreso da quanta poca empatia si vede utilizzare nella vita di tutti i giorni. Direi che posso iniziare a raccontarvi la mia difficile relazione con questo argomento.

 

Ho scoperto molto presto, nella mia pratica in quanto terapeuta, che già il semplice ascolto attento del cliente consisteva in  un modo decisamente importante di essergli d’aiuto.

 

Così, quand’ero in dubbio su cosa avrei dovuto fare… in un modo o nell’altro, mi mettevo semplicemente ad ascoltare. E mi sembrava davvero sorprendente che un’interazione  a prima vista “passiva” potesse essere così utile.

 

Poco tempo dopo, assunsi un’assistente sociale per lavorare con me. Lei era particolarmente formata su Otto Rank (allievo di Freud),  cosa che fu… essenziale, per me: mi aiutò a imparare che la reazione  migliore, che l’ascolto più efficace consisteva nel cercare di  desumere le sensazioni e le emozioni celate dietro le parole, quelle sensazioni appena velate; l’ascolto più efficace era quello grazie al quale si poteva riconoscere un pecualire sistema di sensazioni tra le righe di ciò che il cliente esprimeva .

 

E credo sia stata lei la prima a suggerire che l’approccio migliore a questo ascolto fosse di “riflettere” queste sensazioni al cliente.

 

E “riflettere” è una parola che più tardi iniziò a farmi storcere il naso, ma che a quel tempo risultò davvero d’aiuto per il mio lavoro di terapeuta; le fui molto grato. Sento di aver imparato molto da lei, anche se lei non deve aver imparato molto da me.

 

Dopodiché, passai ad insegnare a tempo pieno all’università. Lì, con l’aiuto degli studenti fui finalmente in grado di usufruire dei mezzi per registrare le nostre sedute, un sogno che avevo ormai da molti anni, e non potete immaginare l’emozione che ci portavano i nostri esperimenti, quando ci riunivamo intorno a questa attrezzatura. 

 

Essa ci permetteva di riascoltarci ancora, e ancora, rivedendo punti strani delle sedute in cui qualcosa era andato chiaramente storto, o concentrandoci su quei momenti in cui sembrava ci fosse stato un passaggio chiave per l’avanzamento della seduta.

 

Ancora oggi considero il riascoltarsi in sedute registrate il modo forse migliore in assoluto per migliorarsi come terapeuta. 

Durante molte lezioni ascoltammo quelle registrazioni e ci rendemmo conto che dare ascolto ai sentimenti e rifletterli era un’esperienza davvero, davvero complessa.

 

Scoprimmo che potevamo individuare il momento preciso in cui un atteggiamento del terapeuta portava a un avanzamento della seduta; potevamo notare il modo in cui, se un cliente stava magari parlando in modo un po’ vago e confuso, una reazione del terapeuta riusciva a sbloccarlo; e potevamo individuare anche il momento in cui  uno specifico atteggiamento del terapeuta aveva magari portato all’interruzione definitiva della seduta.

 

Quindi… in un simile contesto di apprendimento, fu quasi naturale il nostro focalizzarci più  sugli atteggiamenti del terapeuta che sulla qualità empatica dell’ascolto.

 

Ormai ho perso l’abitudine di scusarmi per questi errori, probabilmente è comunque stato un passo necessario nel nostro apprendimento. 

 

In tal senso, diventammo molto consapevoli delle tecniche usate dal terapeuta o dal counselor. Eravamo ormai esperti dell’analisi dettagliata.

 

Ricordo le ore seduto con gli studenti a sezionare frasi particolari e parole precise. Abbiamo tratto grande vantaggio da quelle analisi così approfondite delle sedute di terapia.

 

Penso che abbiamo imparato molto.

Ma questa tendenza al focalizzarsi sugli atteggiamenti  del terapeuta ebbero conseguenze che mi preoccupavano.

 

Avevo già incontrato all’esterno considerevoli ostilità al mio modo di procedere, eppure quello non sembrava turbarmi. Ma quest’altro tipo di problema lo creava eccome: in pochi anni, questo tipo di approccio iniziò ad essere conosciuto come una tecnica;  veniva chiamato l’approccio non direttivo, una tecnica che riflette le emozioni del cliente e basta. Essi spiegavano così semplicemente l’approccio non direttivo.

 

O, ancora peggio… una storpiatura ancora peggiore era dire che con l’approccio non direttivo bastava dire… bastava ripetere le ultime parole dette dal cliente. 

 

E… davvero, ero così sconvolto e  preoccupato da quel totale travisamento del nostro approccio, che per molti anni non dissi quasi niente sull’ascolto empatico; e quando lo feci, fu solo per sottolineare che si trattava di una attitudine empatica, senza parlare di come tale attitudine potesse essere implementata nel rapporto col cliente.

 

Ormai avevo paura dei fraintendimenti. Preferivo parlare delle qualità dell’accettazione positiva, della congruenza del terapeuta, che avevo ipotizzato essere uno degli aspetti che promuovono la crescita nella relazione col cliente.

 

E anche questi concetti venivano spesso travisati, ma nessuno di essi divenne una caricatura come accadde al  per il concetto dell’ascolto empatico.

 

Negli anni, le prove delle nostre ricerche si sono accumulate e hanno iniziato a puntare alla conclusione che, in una relazione  col cliente, un alto livello di empatia è forse il fattore più potente in assoluto e di sicuro uno dei fattori principali che portano al cambiamento e all’apprendimento.

 

Per questo ho deciso che per me era ora di dimenticare i fraintendimenti e le storpiature del passato e di dare uno sguardo  innovativo sull’empatia. 

 

E mi sembra il momento migliore anche per un altro motivo.

 

Nello scorso decennio, negli Stati Uniti hanno guadagnato importanza nuovi approcci terapeutici. La Terapia della Gestalt, lo psicodramma, la terapia primaria, l’analisi bioenergetica, la psicoterapia RET e l’analisi transazionale sono solo alcune delle più famose, ma ce ne sono molte altre.

 

E a me sembra che parte della loro attrattiva sia da ritrovare, quasi sempre, nel fatto che il terapeuta sia l’esperto che gestisce attivamente la situazione, spesso in modo perentorio, per il bene del cliente. Ma se leggo bene i segnali, mi sembra di notare una diminuzione dell’attrattiva verso questo tipo di esperienza nel guidare le persone. 

 

Vedo aumentare l’attrattiva solo verso uno specifico approccio basato sulla competenza del terapeuta, ovvero la terapia cognitiva; ma è un’attrattiva che posso capire: la nostra società tecnologica è stata conquistata dall’aver trovato una tecnologia che permette di modellare il comportamento dell’uomo senza la sua consapevolezza o senza il suo consenso, grazie a degli obiettivi scelti dal terapeuta o dalla società.

 

Eppure, anche qui stanno sorgendo diverse questioni portate alla luce da diversi pensatori, mentre le conseguenze filosofiche e politiche di tale approccio diventano sempre più chiare. 

È per questo che ho notato una tendenza da parte di molti a cercare altri modi di rapportarsi con le persone, modi che permettano un cambiamento che arrivi da sé stessi e modi che mettano il potere nelle mani del cliente, non più in quelle del terapeuta. 

 

E questo mi porta a esaminare attentamente cosa significhi “empatia” e cosa abbiamo imparato su di essa fino ad ora.

 

Per formulare una descrizione attuale, vorrei utilizzare il concetto di  “esperienziare” (experiencing) formulato da Eugene Gendlin.

 

Brevemente, secondo lui in un essere umano è presente, in ogni dato momento, un flusso di “esperienziazioni" (experiencings) a cui l’individuo può rivolgersi più e più volte  per scoprire il significato relativo alle esperienze cui esse fanno riferimento. 

 

Un terapeuta empatico dovrebbe andare delicatamente nella direzione del significato che sente il cliente in quel preciso momento, per poterlo aiutare a concentrarsi su quel significato e per far sì che possa vivere al pieno e senza inibizioni le sue sensazioni.Un esempio potrebbe rendere un po’ più chiari sia questo concetto, che la sua relazione con l’empatia.Durante un incontro di gruppo un uomo stava pronunciando delle frasi leggermente negative su suo padre.

 

Il moderatore dice: 

“Sembrerebbe che lei  sia arrabbiato con suo padre”“No, non credo”“Allora…..per caso non è soddisfatto di lui?”“Forse”“vediamo….potrebbe essere che è deluso da suo padre?”“Sì. Sì, è così. Sono deluso da mio padre. Sono stato deluso di lui fin da quando ero bambino, perché non è un uomo forte.”

Credo che un esempio come questo possa illuminarci sul concetto di Gendlin. In che modo l’uomo cercava di far funzionare i vari termini? Arrabbiato? No, non è la parola giusta. Non soddisfatto? Con questa ci avviciniamo. Deluso? Ah. Questa sì che combacia con il flusso di sensazioni che avviene dentro di lui. E ogni persona conosce bene il suo flusso e si rende conto di quando qualcuno parla direttamente ad esso. 

 

Insomma, la parola corretta, quella che individua il giusto concetto o la giusta frase, è spesso quella che individuerà anche il significato del flusso che avviene all’interno del cliente che egli da solo non è stato in grado di individuare o di comprendere. Gli permette di avere consapevolezza di ciò che sta accadendo dentro di lui.

 

E dunque, avendo chiarito questi concetti di base, mi piacerebbe tentare di dare una definizione di “empatia” che oggi sia per me soddisfacente. Non lo definirei più uno “stato di empatia”, come lo definivo prima, perché ora lo considero un processo e non uno “stato”, e forse posso riuscire a far comprendere questa caratteristica. Il modo di rapportarsi a un’altra persona che noi chiamiamo “empatia”  possiede diverse sfaccettature.

 

Significa entrare nel privato del mondo percettivo dell’altro e sentircisi completamente a casa; 

 

comprende l’essere sensibili, momento per momento, ai cambi di significato che scorrono in questa altra persona, alla paura, alla rabbia, alla dolcezza, alla confusione o a qualunque altro cambiamento egli stia sperimentando; 

 

significa vivere temporaneamente nella sua vita, muovendocisi delicatamente, senza esprimere alcun giudizio, percependo alcuni significati di cui egli stesso è a malapena al corrente, ma senza cercare di scoprire sentimenti di cui è totalmente all’oscuro, poiché ciò sarebbe per lui spaventoso; 

 

comprende il comunicare le sensazioni che abbiamo  riguardo al suo mondo, mentre si osservano con un occhio nuovo e senza aver paura degli elementi da cui lui è invece spaventato; 

 

significa comunicare spesso le intuizioni su come è fatto, si comporta... per verificarne l’accuratezza, facendosi guidare dalle sue risposte e reazioni; significa essere suoi fidati compagni nel suo stesso mondo. 

Evidenziando i possibili significati di ciò che il cliente sta sperimentando, lo si aiuta a concentrarsi su di sé e a sperimentare i suoi significati in modo più pieno come anche a procedere nel suo stesso sperimentare.



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