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IN MANCANZA DEL LIBRETTO D’ISTRUZIONI: L’ARTE A SUPPORTO DELL’ESPERIENZA


Durante il mio percorso di formazione per diventare arteterapeuta espressiva sono stati numerosissimi quelli che Virginia Woolf chiamava moments of beings, improvvisi attimi di profonda consapevolezza. 

 

Di questi, uno in particolare ha influenzato enormemente sia la mia crescita personale, data la novità assoluta del messaggio che mi è stato consegnato, sia il mio percorso formativo, dimostrandomi in maniera lampante l’efficacia di questo metodo. 

 

Questa vera e propria epifania è accaduta durante uno dei tanti laboratori organizzati dalla scuola per permettere a noi studenti di familiarizzare il più possibile con i diversi canali artistici. In questo caso specifico, il gruppo era impegnato ad approfondire quello teatrale.

 

Durante la fase di riscaldamento, la conduttrice ci ha accompagnato all’esplorazione di diversi stadi della vita: siamo diventati, quindi, prima bambini, poi adolescenti, poi ancora adulti impegnati sul fronte lavorativo, di nuovo adulti che affrontano difficoltà, si cimentano in nuove relazioni, costruiscono gli scenari più disparati… Infine anziani. 

 

Accartocciata su me stessa, ho messo in scena una versione della terza età che avevo necessità di esplorare e che molto mi ha fatto riflettere sull’immaginario che nutre la mia visione di questa fase della vita. E di cui non avevo nessuna consapevolezza. 


Come persona, ringrazio di aver avuto la possibilità di avere un’anticipazione dei miei ipotetici atteggiamenti in età avanzata perché questo mi ha permesso di valutarne i possibili effetti e di immaginare come potrebbe essere la mia vita se fossi davvero mossa dai sentimenti che ho avuto l’opportunità di esplorare. Insomma, mi è stata offerta la possibilità di rimediare senza avere ancora fatto il danno. Senza dubbio un vantaggio enorme.

 

Come studentessa, sono rimasta sbalordita dall’efficacia del metodo e dalla funzione chiarificatrice che l’arte può assumere, se si è messi nella condizione di ascoltarne il messaggio.

 

Se è vero che nella vita si procede per tentativi ed errori e che non ci viene fornito il libretto di istruzioni per affrontare le sfide che una società così frammentata e liquida come quella moderna ci pone davanti, l’arte può diventare una palestra dove allenarsi a rispondere in maniera più efficace agli accadimenti dell'esistenza. 

 

Riconoscendone la capacità di innescare movimenti interiori, il metodo delle Arti Terapie Espressive (ATE a seguire) si pone l’obiettivo di sostenere e sviluppare il potenziale di crescita personale insito nel gesto artistico.

 

Due, a mio avviso, sono le condizioni che chi accompagna un cliente nell’esplorazione del proprio mondo interiore attraverso le ATE deve impegnarsi a soddisfare affinché l’arte possa recapitare il proprio messaggio: la creazione di uno spazio sicuro e la stimolazione di una attività riflessiva sempre più raffinata da preconcetti e false credenze.


Lo spazio sicuro, non giudicante e non vincolato al raggiungimento di un qualunque tipo di risultato, è imprescindibile per permettere al cliente di immergersi totalmente nell’esperienza. 

 

L’assenza di valutazione e di obiettivi prestabiliti mette il cliente nella condizione di discostarsi da credenze poco efficaci e schemi comportamentali cristallizzati  o di gettare nuova luce su di essi, di esplorare possibilità del proprio essere finora ignorate o riconoscere le resistenze che da queste nuove possibilità tengono lontani... 

 

La totale immersione nell’esperienza, raggiungibile se il clima è sufficientemente facilitante, segna il passaggio dalla simulazione del reale (mi sto comportando come se…) alla percezione di una nuova possibilità d’essere (in questo momento sono…), valevole nell’hic et nunc e validata dalla cornice delle ATE. 

 

Questa sospensione della linearità e dell’ordinario permette di mettersi in gioco con il beneficio che questo gioco non avrà conseguenze dirette sulla vita della persona. O meglio, sarà il cliente stesso a stabilire fino a che punto questa esperienza potrà influire nella propria vita. 

 

A titolo esemplificativo: se avverto la necessità di testare la mia capacità di leadership, una danza di gruppo in cui a turno i partecipanti ne prendono la conduzione mi può aiutare a capire quanto sono in grado di sostenere questo ruolo, quali siano i miei punti di forza e quali le mie debolezze. Starà poi a me stabilire se ciò che ho imparato durante l’esperienza sia travasabile o meno nella mia vita di tutti i giorni. 

 

Questa esperienza non interverrà mai direttamente su di essa, ma mi offrirà l’occasione di cimentarmi in ciò di cui ho bisogno, stando al riparo dell’ombrello protettivo dell’arte.

 

Nello spazio sospeso, ma ben delineato, dell’esperienza strutturata secondo il metodo delle ATE, abbiamo, dunque, la possibilità di metterci alla prova, allenarci alla vita, scandagliare le profondità del nostro essere, reperire risorse, riconoscere limiti… Ma tutto questo non può avvenire senza una seria e accurata riflessione a posteriori su ciò che è avvenuto nell’area di gioco. 

 

Ecco che diventa fondamentale che insieme all’io attore, che agisce, crea, impara,  vive, prova sensazioni ed emozioni, cresca anche l’io osservatorequella parte del nostro essere deputata a riflettere e a trarre le dovute conclusioni dall’esperienza vissuta. Una sorta di orecchio interiore capace di ascoltare la voce dell’arte e di recepirne il messaggio. 


L’arteterapeuta espressivo può aiutare questo orecchio a vibrare e può accompagnare il cliente nella trasformazione di queste vibrazioni in significato. 

 

E’ un’operazione delicata perché alto è il rischio di mettere in gioco le proprie tendenze interpretative, interferendo nel processo di presa di coscienza da parte del cliente. 

 

Nel quadro metodologico delle ATE la costruzione di significato avviene nel dialogo fra arte e artista, mentre il terapeuta ha il solo compito di facilitare questo dialogo attraverso un’azione di rispecchiamento delle dinamiche dialettiche, astenendosi dall’interpretarle. 

 

Non ponendosi come interlocutore principale, l’arteterapeuta preserva così la funzione chiarificatrice dell’arte e permette al processo creativo di pescare in profondità nel materiale psichico del cliente. 

 

Chi opera all’interno dello spazio creativo non è un oracolo, che conosce già il significato di una pennellata di colore, ma è il testimone del processo che porta alla costruzione del significato di quella pennellata e ne facilita l’emersione. 

 

Come Socrate paragonava la sua indagine filosofica all’arte della maieutica, in cui l’ostetrica aiuta la gestante a partorire nel momento più opportuno e il filosofo scava nelle conoscenze di un interlocutore non consapevole di ciò che sa, così l’arteterapeuta espressivo aiuta il cliente a portare alla luce le proprie verità, attraverso domande, riformulazioni di espressioni poco chiare, contenendo emozioni o anche, semplicemente, ascoltando quello che l’altro ha da dire. 


Di particolare rilievo è il richiamo al fenomenologico: piccoli interventi volti a portare l’attenzione sul momento presente e sull’azione ( ad es. “Vedo che stai osservando attentamente questo particolare”, “Mi sembra che ci sia dell’emozione sul tuo volto”, “Hai cambiato materiale, vero?” etc…). Questi rimandi a ciò che si vede accadere nell’istante in cui si parla sono potentissimi stimoli all’attività metacognitiva e spingono il cliente a domandarsi il perché di quel gesto e di quella scelta. 

 

La loro funzione, tuttavia, non si limita ad ancorare il cliente al presente

 

Riconoscere un gesto significa attribuirgli dignità, sostenendo l’autostima del cliente, il quale, presumibilmente, si sentirà più  sicuro  ad addentrarsi nel proprio mondo interiore e a scoprire che cosa esso contiene. 

 

Allenare l’io osservatore significa proprio questo: innescare una riflessione che accompagna l’azione e rendere il cliente sufficientemente sicuro di sè da riuscire a sostenere i significati che nascono da questa riflessione. In questa fase, lo sguardo benevolo e non giudicante dell’arteterapeuta  è fondamentale per facilitare questa sempre maggiore presa di coscienza da parte del cliente. 

 

La speranza è quella che la sessione di ATE sia uno spazio di crescita, ma una crescita piacevole, allegra, a tratti anche spensierata, e l’arteterapeuta si deve fare garante di questo clima disteso attraverso un atteggiamento non direttivo. 

 

L’obiettivo non sarà solo quello di rendere il cliente maggiormente consapevole, ma anche che questo processo avvenga con leggerezza. 

 

L’arte chiama spontaneità e voglia di giocare, risponde regalando elevate dosi di piacere, i colori del mondo diventano più accesi e le possibilità si moltiplicano… E ci aiuta a  mantenere un orecchio acerbo come quello del signore maturo che un giorno salì sul diretto Capranica - Viterbo e che ad un Gianni Rodari stupito rispose così:




È un orecchio bambino, mi serve per capire

le voci che i grandi non stanno mai a sentire.

Ascolto quel che dicono gli alberi, gli uccelli,

le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli.

Capisco anche i bambini quando dicono cose

che a un orecchio maturo sembrano misteriose

 

E forse, anche se non abbiamo un libretto di istruzioni per muoverci nella vita, qualche suggerimento potrebbe arrivarci dai sussurri piccolissimi del mondo e l’arte ci può aiutare ad afferrare queste voci.





  1.  Tracce del passato. Memorie autobiografiche, V. Woolf, Lanfranchi editore, 2018

  2.  Modernità liquida, Z. Bauman, Laterza editore, 2011

  3.  si veda la definizione che J. L. Moreno dà della creatività: una risorsa che consente di trovare soluzioni nuove alle situazioni più comuni e risposte efficaci alle situazioni inaspettate e nuove. ( in Psicoterapia psicodrammatica. Sviluppi del modello moreniano nel lavoro terapeutico con gruppi di adulti, G. Boria, Franco Angeli edizioni, 2019)

  4.  Psicoterapia psicodrammatica. Sviluppi del modello moreniano nel lavoro terapeutico con gruppi di adulti, G. Boria, Franco Angeli edizioni, 2019 

  5.  Mutatis mutandis, può rivelarsi utile appropriarsi del concetto di cooperazione interpretativa che Umberto Eco sviluppa nel suo Lector in fabula (Bompiani, 1979): è il lettore che completa il significato di un testo narrativo, aggiungendo elementi tratti dal proprio immaginario. Ad esempio, se il cane che abbaia non viene descritto, per un lettore può essere nero, per un altro bianco, per un terzo a macchie e via dicendo… Nessuna di queste immagini è errata, nessuna è giusta, sono semplicemente interpretazioni personali. Così una macchia di colore potrà assumere una forma e un significato diversi per ciascuna persona che la osservi.

  6.  Teeteto, Platone, Laterza editore, 1999

  7.  da Un signore maturo con un orecchio acerbo in Parole per giocare, G. Rodari, Manzuoli, 1979

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